Servirebbe il silenzio che le parole ora non bastano.
Serve muoversi piano e dosare gli spasmi. Tenere d'occhio il mio personalissimo calendario dell'avvento. Gustarmi il cioccolatino dentro la casetta del sei dicembre e strappare un altro foglietto con la data scritta a caratteri d'oro.
Cercare di preservare quello che vale. Quello che è importante. Pensare da soli, pensare per sé, riorganizzare il tempo e gli spazi. Lanciare la moneta e vedere cosa esce, che tanto vinco sempre io. Vince sempre una parte di me. Si tratta soltanto di vedere quale.
I tuoi silenzi che sono piccole chiese dove mi ritrovo a cercare rifugio quando piove. A ripassare in silenzio le nostre preghiere, a rileggere piano la nostra sceneggiatura. Rivedere i suoi tempi, le sue pause, i suoi flash forward, la sua colonna sonora indie snob e vedere come tutto si incastri alla perfezione. Rivedere la nostra pazienza e la nostra sorpresa. Che ambire alla perfezione è un ottimo obiettivo da porsi per non rimanere mai fermi e per pensare sempre a cosa c'è dopo. Ma rendersi conto di vivere un momento di perfezione è la gioia nel cuore. E a quello che c'è dopo ci pensiamo domani.
Sviluppare nuove conoscenze, competenze utili. Riuscire ad incassare senza perturbare lo specchio d'acqua limpido ed immobile che sono i miei occhi e che sono io. Un allenamento duro, che scava la terra carsica del cuore e blocca i muscoli del viso. Ed ora per vedere il vento increspare lo specchio d'acqua si deve scendere un po' di più. Buona fortuna e in bocca al lupo per i suoi progetti.
Continueranno a costruire dossi per impedirci di raggiungere le ottantotto miglia orarie per non farci vivere il nostro futuro. Che la moviola in campo c'è ed è nelle nostre giornate uguali a ieri. Con buona pace di Aldo Biscardi e di quel free-lance dell'opinione di Capezzone.
Che siamo fatti di pongo. Che messi lì per i fatti nostri sembra quasi che lì per i fatti nostri ci stiamo bene e non veniteci a disturbare che tanto siamo asociali e i sorrisi a voi non li regaliamo. Ma il calore poco alla volta smuove. Il calore delle mani e della dedizione smuove la materia fredda e immobile. La smuove a fatica, ma poi la giri e la rigiri che è un piacere. E si mescola con altri pezzettini di colore diverso, perchè ad avvicinarci ci si strappa, e si diventa altro. Diventa un elefante e diventa una nuvola. Ciò che conta è rimanere quel pezzo di pongo. Che poi si muove e si sposta e si contamina, ma quello che siamo lo sappiamo. Lo sappiamo anche quando ci sorprendiamo di noi. Ci sorprendiamo che sono nostre quelle mani e che è nostro quel cuore con il filo spinato e con le autostrade. Sappiamo che siamo partiti da quel mucchietto di pongo.
*Gli scout non c'entrano nulla. E nemmeno sto titolo, in effetti.
martedì 8 dicembre 2009
lunedì 9 novembre 2009
SODIUM LAURETH SULFATE
Ormai il mondo si divide in due grandi categorie.
Il sapone liquido o la classica saponetta?
Per i nostalgici de Cabine armadio e sinusoidi, aggiornamenti dalla mia testa.
Poi si chiudono le canottiere e i prendisole in quelle scatole di cartone che ormai non hanno da tempo una forma definita. Perché devono sopportare il peso e la fatica di sostenere gli inverni e spingere le estati. Che è così per tutti. Sostenere le cose, le nuvole, le maschere. Può essere facile, ma alla lunga lascia i segni. Che magari con tutti questi abiti si perde il proprio. E il re è nudo. La gente passa butta l'occhio e magari sorride, ma non c'è molto di cui ridere. Coloro che non si voltano, valli a capire. Vai a fargli capire qualcosa.
Che sembra che le cose vadano meglio, che si possa tirare su un po' la schiena e guardare tutti un po' più dritti negli occhi. Potenziare gli addominali per guardare tutti un po' più dritti negli occhi, per aiutare la postura. Che le cose si curano a settori lo abbiamo capito. Ma forse sto peggio di voi, che vivo in un grande fratello dove conosco già tutti, ma nessuno è il sosia di nessun altro. I sosia e i finti timidi e le tute da snowboard con le paillettes teneteveli pure voi.
Si aveva paura di settembre. Qui ormai i mesi si sono accartocciati come le foglie che crocchiano sotto i tacchi e si perdono sotto i ciottoli e nei giardini chiusi. Ci ricorderemo dei nostri schemi, di come sono andate le cose, di come andranno le cose. Gli occhi bassi, salire le scale, di quando ogni parola era un tesoro. Delle attese e di dove sei. Lo ricorderemo come quando adesso guardo certe foto schiacciate dentro una scatola di latta, come adesso quando trovo facce che quasi quasi avevo dimenticato. Quelle che dietro agli occhi e ai sorrisi non c'era niente. Solo gli occhi e i sorrisi. O forse sembra sempre così, che si stava meglio quando si stava peggio. Luoghi comuni da ascensore.
Ma le cose scivolano e scorrono e ho trovato cinque euro in un jeans di quelli del cambio di stagione e sono piccole felicità. Che sembrano quelle di quando butti l'occhio sotto l'albero e hai otto anni ed è quasi natale. É che ora quei cinque euro verranno probabilmente impegnati in due birre doppio malto. E tanti saluti. E le parole restano e se non ce le diciamo me le ripeto da me. E piango se leggo i vostri messaggi di chissà quanto tempo fa o forse anche di ieri in una notte in cui son più sveglia che alle due del pomeriggio. Così. Perché ogni parola è bella. Perché dietro ci sono io e ci siete voi e le vostre facce e le cose che abbiamo fatto e i nostri codici.
L'odore di melanzane fritte e chi fa il rotolofassetta, per capirci.
Perché questo è forse il migliore dei mondi, il migliore dei modi possibili. Anche se i sogni vanno da tutta un'altra parte. Ma riprendiamoceli, i sogni, e facciamoli andare dove vogliamo noi. Che tu sei una locomotiva e allora portami da qualche parte.
E poi forse le cose si diluiscono, che è così. Le emozioni e i brividi e la forza si perderanno perché ci saranno più giorni, ci saranno più ore, ci saranno più emozioni e più brividi e più forza. E tutto si diluirà come sapone. E ci guarderemo e ci cercheremo le mani, e le mani magari scivoleranno. Che qui se si scivola si cade, si cade di muso, si cade giù dal precipizio. Perché è così, è vivere sul ciglio del burrone. É tenersi la mano e io lo so che c'è. Ma sono sempre i miei di occhi che guardano di sotto. Io ti tengo e puoi guardarci pure tu. Che è bella sai quella nebbiolina che c'è sotto. È bello sai avere il cuore in gola. É bello sentirla, quell'aria appuntita. Alla faccia dei malanni di stagione.
E se tutto si diluirà come sapone, sapremo tenere la presa?
Il sapone liquido o la classica saponetta?
Per i nostalgici de Cabine armadio e sinusoidi, aggiornamenti dalla mia testa.
Poi si chiudono le canottiere e i prendisole in quelle scatole di cartone che ormai non hanno da tempo una forma definita. Perché devono sopportare il peso e la fatica di sostenere gli inverni e spingere le estati. Che è così per tutti. Sostenere le cose, le nuvole, le maschere. Può essere facile, ma alla lunga lascia i segni. Che magari con tutti questi abiti si perde il proprio. E il re è nudo. La gente passa butta l'occhio e magari sorride, ma non c'è molto di cui ridere. Coloro che non si voltano, valli a capire. Vai a fargli capire qualcosa.
Che sembra che le cose vadano meglio, che si possa tirare su un po' la schiena e guardare tutti un po' più dritti negli occhi. Potenziare gli addominali per guardare tutti un po' più dritti negli occhi, per aiutare la postura. Che le cose si curano a settori lo abbiamo capito. Ma forse sto peggio di voi, che vivo in un grande fratello dove conosco già tutti, ma nessuno è il sosia di nessun altro. I sosia e i finti timidi e le tute da snowboard con le paillettes teneteveli pure voi.
Si aveva paura di settembre. Qui ormai i mesi si sono accartocciati come le foglie che crocchiano sotto i tacchi e si perdono sotto i ciottoli e nei giardini chiusi. Ci ricorderemo dei nostri schemi, di come sono andate le cose, di come andranno le cose. Gli occhi bassi, salire le scale, di quando ogni parola era un tesoro. Delle attese e di dove sei. Lo ricorderemo come quando adesso guardo certe foto schiacciate dentro una scatola di latta, come adesso quando trovo facce che quasi quasi avevo dimenticato. Quelle che dietro agli occhi e ai sorrisi non c'era niente. Solo gli occhi e i sorrisi. O forse sembra sempre così, che si stava meglio quando si stava peggio. Luoghi comuni da ascensore.
Ma le cose scivolano e scorrono e ho trovato cinque euro in un jeans di quelli del cambio di stagione e sono piccole felicità. Che sembrano quelle di quando butti l'occhio sotto l'albero e hai otto anni ed è quasi natale. É che ora quei cinque euro verranno probabilmente impegnati in due birre doppio malto. E tanti saluti. E le parole restano e se non ce le diciamo me le ripeto da me. E piango se leggo i vostri messaggi di chissà quanto tempo fa o forse anche di ieri in una notte in cui son più sveglia che alle due del pomeriggio. Così. Perché ogni parola è bella. Perché dietro ci sono io e ci siete voi e le vostre facce e le cose che abbiamo fatto e i nostri codici.
L'odore di melanzane fritte e chi fa il rotolofassetta, per capirci.
Perché questo è forse il migliore dei mondi, il migliore dei modi possibili. Anche se i sogni vanno da tutta un'altra parte. Ma riprendiamoceli, i sogni, e facciamoli andare dove vogliamo noi. Che tu sei una locomotiva e allora portami da qualche parte.
E poi forse le cose si diluiscono, che è così. Le emozioni e i brividi e la forza si perderanno perché ci saranno più giorni, ci saranno più ore, ci saranno più emozioni e più brividi e più forza. E tutto si diluirà come sapone. E ci guarderemo e ci cercheremo le mani, e le mani magari scivoleranno. Che qui se si scivola si cade, si cade di muso, si cade giù dal precipizio. Perché è così, è vivere sul ciglio del burrone. É tenersi la mano e io lo so che c'è. Ma sono sempre i miei di occhi che guardano di sotto. Io ti tengo e puoi guardarci pure tu. Che è bella sai quella nebbiolina che c'è sotto. È bello sai avere il cuore in gola. É bello sentirla, quell'aria appuntita. Alla faccia dei malanni di stagione.
E se tutto si diluirà come sapone, sapremo tenere la presa?
lunedì 2 novembre 2009
DOTI FAMILIARI
In fin dei conti siamo una famiglia piena di saggezza. Dopo aver citato più volte la nonna, che assomiglia ad Abraham Simpson per il suo imprecare sterile e multidirezionale, citerò mio fratello. Eh, mi sono resa conto che molte massime della mia vita quotidiana familiare si possono riflettere in tutto ciò che adesso vedo accadere, come ho già annotato in un vecchio post di questo blog.
Mio fratello, al secolo Michele, da bambino era un vero discolo. Non che ora la cosa sia di molto cambiata, ma di questo ora non è il caso parlare.
Dunque, si diceva, era un discolo. Spesso e volentieri per questo motivo mio padre e mia madre cercavano di fargli capire che no, così non poteva andare avanti, che non poteva far casino in classe, che i compiti dell'estate doveva farli lui e non la sua compagna di banco, seppur secchiona e remissiva. Senza contare che no, non si risponde male ai genitori, non si spende la paghetta solo in manga, soprattutto se quella paghetta raddoppia perché la aggiungi a quella che stava nel portabiscotti reso portagioielli della sorella. Non si fa. Che poi la sorella sarei io, ma anche questa è un'altra storia.
Mio fratello, a questo punto, placido nell'inforchettare la dorata cotoletta, ascoltava impassibile. Non cercava di obiettare, di giustificarsi, di dire che non l'avrebbe fatto mai più, e che magari anche i suoi amici sono anche loro un pò dei figli di buona donna. In senso buono, s'intende. Che si sa, il mal comune mezzo gaudio aiuta e ha aiutato stuoli di giovani e imberbi cazzari.
Ecco sì, rimaneva impassibile. Poi col tempo ha sviluppato, il fratello discolo intendo, al posto di una maggiore disciplina, una straordinaria dote del non ascolto. Cose mirabolanti, gente. Essere a tavola e chiudere i padiglioni auricolari. Cose da farci ricerche. Ma anche questa rimane un'altra storia.
Quindi rimaneva impassibile. Poi, finita la pappardella estenuata ed estenuante dei disperati genitori, rimaneva un istante di silenzio. Quel silenzio doveva coprirlo lui, il fratello discolo, con un qualsiasi tentativo di discolpa. Uno di quelli di cui sopra, per esempio.
Rimaneva impassibile e poi dopo questo silenzio, coperto di occhi e di sguardi, il fratello discolo alzava lo sguardo, posava la forchetta perché la dorata cotoletta era finita, e si guardava intorno. Ecco. La discolpa. Arriva. Il figliol prodigo. Siamo pronti a predonarti, dicci, dicci, che non lo farai più e noi ti crederemo anche se sappiamo che è una paraculata pazzesca.
E ti ti fumi.
Lapidario.
Chiusa così la discussione. Ovvio che mio padre fuma un pacchetto di Marlboro rosse al dì. Posologie mediche.
Grandioso a suo modo.
Ed è così che oggi si giustifica tutto. Dalla politica alla società. Dal transatlantico al ballatoio di casa. La logica ha perso la sua funzione. Non vi tiro fuori nemmeno degli esempi. Ho deciso che questo post è come una favola di Esopo. La morale la si tira fuori da sé. Ci si faccia caso, un talk show, una tribuna politica, un telegiornale, per strada. Funziona sempre.
Grandioso.
Mio fratello, al secolo Michele, da bambino era un vero discolo. Non che ora la cosa sia di molto cambiata, ma di questo ora non è il caso parlare.
Dunque, si diceva, era un discolo. Spesso e volentieri per questo motivo mio padre e mia madre cercavano di fargli capire che no, così non poteva andare avanti, che non poteva far casino in classe, che i compiti dell'estate doveva farli lui e non la sua compagna di banco, seppur secchiona e remissiva. Senza contare che no, non si risponde male ai genitori, non si spende la paghetta solo in manga, soprattutto se quella paghetta raddoppia perché la aggiungi a quella che stava nel portabiscotti reso portagioielli della sorella. Non si fa. Che poi la sorella sarei io, ma anche questa è un'altra storia.
Mio fratello, a questo punto, placido nell'inforchettare la dorata cotoletta, ascoltava impassibile. Non cercava di obiettare, di giustificarsi, di dire che non l'avrebbe fatto mai più, e che magari anche i suoi amici sono anche loro un pò dei figli di buona donna. In senso buono, s'intende. Che si sa, il mal comune mezzo gaudio aiuta e ha aiutato stuoli di giovani e imberbi cazzari.
Ecco sì, rimaneva impassibile. Poi col tempo ha sviluppato, il fratello discolo intendo, al posto di una maggiore disciplina, una straordinaria dote del non ascolto. Cose mirabolanti, gente. Essere a tavola e chiudere i padiglioni auricolari. Cose da farci ricerche. Ma anche questa rimane un'altra storia.
Quindi rimaneva impassibile. Poi, finita la pappardella estenuata ed estenuante dei disperati genitori, rimaneva un istante di silenzio. Quel silenzio doveva coprirlo lui, il fratello discolo, con un qualsiasi tentativo di discolpa. Uno di quelli di cui sopra, per esempio.
Rimaneva impassibile e poi dopo questo silenzio, coperto di occhi e di sguardi, il fratello discolo alzava lo sguardo, posava la forchetta perché la dorata cotoletta era finita, e si guardava intorno. Ecco. La discolpa. Arriva. Il figliol prodigo. Siamo pronti a predonarti, dicci, dicci, che non lo farai più e noi ti crederemo anche se sappiamo che è una paraculata pazzesca.
E ti ti fumi.
Lapidario.
Chiusa così la discussione. Ovvio che mio padre fuma un pacchetto di Marlboro rosse al dì. Posologie mediche.
Grandioso a suo modo.
Ed è così che oggi si giustifica tutto. Dalla politica alla società. Dal transatlantico al ballatoio di casa. La logica ha perso la sua funzione. Non vi tiro fuori nemmeno degli esempi. Ho deciso che questo post è come una favola di Esopo. La morale la si tira fuori da sé. Ci si faccia caso, un talk show, una tribuna politica, un telegiornale, per strada. Funziona sempre.
Grandioso.
martedì 13 ottobre 2009
GRANDI VERITA'
Io ve lo dico già, è un delirio.
Il silenzio di una casa post meridiana con mio padre in fase post operatoria che mi parla di mio fratello post scelta sì vado all'università ispira parecchio. Anche perché fuori c'è il sole ma fa più freddo e le finestre sono tutte chiuse perchè mio padre è in fase post operatoria. Ovvio che mio padre sta bene, sennò non mi metterei a sbattervelo qui senza pietà. Non sono mica Bruno Vespa.
Dicevo. Si capiscono un sacco di cose in questi momenti. Grandi verità, appunto. Procederò con elenchi puntati.
. Il martedì è il giorno peggiore della settimana. Forse c'è qualche locale in più aperto, ma le pasticcerie son tutte chiuse. Eh.
. Il primo martedì della prima settimana del primo freddo è ancora peggio. Non hai nemmeno il coraggio di fare il cambio armadio che sennò domani fan quaranta gradi. E non mi dispiacerebbe eh.
. Il primo martedì della prima settimana del primo freddo con il sole è tremendo. Ti domandi che cosa farai quando il sole non ci sarà più e sarà più freddo e avrai anche già fatto il cambio di stagione.
. No io davvero non potrò mai fare un lavoro tutto scrivania e computer, uscirei pazzo. Allora quando non trovi un lavoro ed è il primo martedì della prima settimana del primo freddo con il sole e sei davanti al pc -o davanti a un mac che tanto non fa differenza- ti rendi conto che è decisamente peggio. Ipocrita!
. No io davvero quelli che fanno un lavoro tutto scrivania e computer mi fanno una pena... Il discorso è come prima.
. Il liceo? Fai ragioneria o le magistrali così hai un lavoro in mano... Il vecchio adagio della nonna. Quanta saggezza. Fino a quattro anni fa a certa gente che se ne usciva con sti discorsi li prendevo a male parole. Io per essere davvero irrispettosa della gerontocrazia ho pure scelto scienze della comunicazione dopo il liceo. Irrispettosa e sciagurata! Peggio della Monaca di Monza.
Ecco ora basta stare davanti al pc. Fuori c'è il sole e nessuno mi paga. Ho deciso esco. Prendo la bici e mi prendo un poco di aria frizzantina in faccia. Ah, che bella sensazione. Poi metto le Luci nell'ipod così per non divertirmi troppo. Perché in fin dei conti quando si è un pò giù si vuole continuare ad esserlo. Sennò perché esistono le canzoni tristi? Per chi è felice e lo è troppo e si è stufato vuole rattristarsi un pochino? E poi è martedì e le pasticcerie son chiuse. Uff.
Il silenzio di una casa post meridiana con mio padre in fase post operatoria che mi parla di mio fratello post scelta sì vado all'università ispira parecchio. Anche perché fuori c'è il sole ma fa più freddo e le finestre sono tutte chiuse perchè mio padre è in fase post operatoria. Ovvio che mio padre sta bene, sennò non mi metterei a sbattervelo qui senza pietà. Non sono mica Bruno Vespa.
Dicevo. Si capiscono un sacco di cose in questi momenti. Grandi verità, appunto. Procederò con elenchi puntati.
. Il martedì è il giorno peggiore della settimana. Forse c'è qualche locale in più aperto, ma le pasticcerie son tutte chiuse. Eh.
. Il primo martedì della prima settimana del primo freddo è ancora peggio. Non hai nemmeno il coraggio di fare il cambio armadio che sennò domani fan quaranta gradi. E non mi dispiacerebbe eh.
. Il primo martedì della prima settimana del primo freddo con il sole è tremendo. Ti domandi che cosa farai quando il sole non ci sarà più e sarà più freddo e avrai anche già fatto il cambio di stagione.
. No io davvero non potrò mai fare un lavoro tutto scrivania e computer, uscirei pazzo. Allora quando non trovi un lavoro ed è il primo martedì della prima settimana del primo freddo con il sole e sei davanti al pc -o davanti a un mac che tanto non fa differenza- ti rendi conto che è decisamente peggio. Ipocrita!
. No io davvero quelli che fanno un lavoro tutto scrivania e computer mi fanno una pena... Il discorso è come prima.
. Il liceo? Fai ragioneria o le magistrali così hai un lavoro in mano... Il vecchio adagio della nonna. Quanta saggezza. Fino a quattro anni fa a certa gente che se ne usciva con sti discorsi li prendevo a male parole. Io per essere davvero irrispettosa della gerontocrazia ho pure scelto scienze della comunicazione dopo il liceo. Irrispettosa e sciagurata! Peggio della Monaca di Monza.
Ecco ora basta stare davanti al pc. Fuori c'è il sole e nessuno mi paga. Ho deciso esco. Prendo la bici e mi prendo un poco di aria frizzantina in faccia. Ah, che bella sensazione. Poi metto le Luci nell'ipod così per non divertirmi troppo. Perché in fin dei conti quando si è un pò giù si vuole continuare ad esserlo. Sennò perché esistono le canzoni tristi? Per chi è felice e lo è troppo e si è stufato vuole rattristarsi un pochino? E poi è martedì e le pasticcerie son chiuse. Uff.
venerdì 2 ottobre 2009
CABINE ARMADIO E SINUSOIDI
Visto che latito un pò, ho pensato che con l'appuntamento fisso mi do una mezza regolata.
Ecco quindi, per voi famelici, ogni venerdì del mese di ottobre un post in quattro quarti, non troppo allegro, anzi. Ma il momento è quello che è.
Stay tuned.
Ecco. setteperuno.it
Ecco quindi, per voi famelici, ogni venerdì del mese di ottobre un post in quattro quarti, non troppo allegro, anzi. Ma il momento è quello che è.
Stay tuned.
Ecco. setteperuno.it
martedì 22 settembre 2009
DICHIARAZIONI
Allora.
Mi avete scoperto. Non ho più 25 anni. Non ho più i capelli lunghi e non ho più nemmeno -ahimè- la frangetta.
Non è più estate e si son perse scommesse ma si è arrivati a settembre e tutto sommato mancano lacrime ma i pezzi ci sono tutti.
E niente. Volevo dire che scriverò. Scriverò più spesso. Che poi adesso c'è anche twitter e le cose sembra che invecchino ancora più velocemente.
Sì. Ho deciso. Ci darò di impulsività. Scriverò magari cose meno soppesate, ma dopotutto il blog è mio e me lo gestisco io. E questo post è sostanzialmente una dichiarazione d'intenti.
Grazie ciao.
Mi avete scoperto. Non ho più 25 anni. Non ho più i capelli lunghi e non ho più nemmeno -ahimè- la frangetta.
Non è più estate e si son perse scommesse ma si è arrivati a settembre e tutto sommato mancano lacrime ma i pezzi ci sono tutti.
E niente. Volevo dire che scriverò. Scriverò più spesso. Che poi adesso c'è anche twitter e le cose sembra che invecchino ancora più velocemente.
Sì. Ho deciso. Ci darò di impulsività. Scriverò magari cose meno soppesate, ma dopotutto il blog è mio e me lo gestisco io. E questo post è sostanzialmente una dichiarazione d'intenti.
Grazie ciao.
venerdì 17 luglio 2009
L'ESSENZIALE
Che guardi?
Niente guardo. Non sto guardando nulla.
Non ci credo, starai pur guardando qualcosa.
O ci son quelli che ti passano la mano davanti gli occhi. Ah, ti eri incantata. dovresti riposare. Ah.
Perchè gli occhi sono davvero una storia complicata. Son lì, a disposizione di tutti. e tutti vogliono capire dove sono, cosa fanno. Levati gli occhiali da sole quando parli. E' maleducazione, non si vedono gli occhi. Non si capisce dove guardi.
Che vuol dire? Si capisce dove annuso o dove ascolto, invece? Togliti il cappello non si vede la testa? Togliti i guanti non si vedono le mani? Mica uno ti chiede cosa stai annusando, cosa stai ascoltando.
Cosa stai guardando. Mah. Strana davvero la storia degli occhi. Lì a preoccuparsi, tutti. E nessuno che si cura di sentire la moquette dove giocavo. Che se ci penso un attimo la sento tra le dita. Che se ci ripenso un altro po' sento in bocca il sapore del dolce più buono che ho assaggiato in vita. A otto anni. Che se ci ripenso un altro po' ancora sento ancora quella colonia di supermercato che mi ha reso insopportabile il mio primo ragazzetto, tanto da piantarlo lì, con la faccia pure un po' schifata.
No, davvero, non sto guardando nulla. Ascolto. Sento quelle parole che si dicono piano, perchè sono già di loro forti, pesanti. Sento quelle note che squarciano. Annuso. Sento quell'odore - c'è un odore buono in questa casa, sembra cannella e mela speziata. Dici? Credo sia invece il cedro, il cedro protegge questi mille libri e queste mille carte ammassate ovunque.- Sento quell'odore di cedro, allora, mescolato al granchio. Sento quell'odore di quando arriva l'estate. Sento quell'odore di quando piove e la terra respira.
Che poi ecco, un'altra cosa strana. Per gli altri sensi si sente. Si sente un sacco di cose. Non si vede bene che col cuore. Ma gli occhi vedono. Gli occhi guardano.
Che guardi?
Niente guardo. Sento.
Niente guardo. Non sto guardando nulla.
Non ci credo, starai pur guardando qualcosa.
O ci son quelli che ti passano la mano davanti gli occhi. Ah, ti eri incantata. dovresti riposare. Ah.
Perchè gli occhi sono davvero una storia complicata. Son lì, a disposizione di tutti. e tutti vogliono capire dove sono, cosa fanno. Levati gli occhiali da sole quando parli. E' maleducazione, non si vedono gli occhi. Non si capisce dove guardi.
Che vuol dire? Si capisce dove annuso o dove ascolto, invece? Togliti il cappello non si vede la testa? Togliti i guanti non si vedono le mani? Mica uno ti chiede cosa stai annusando, cosa stai ascoltando.
Cosa stai guardando. Mah. Strana davvero la storia degli occhi. Lì a preoccuparsi, tutti. E nessuno che si cura di sentire la moquette dove giocavo. Che se ci penso un attimo la sento tra le dita. Che se ci ripenso un altro po' sento in bocca il sapore del dolce più buono che ho assaggiato in vita. A otto anni. Che se ci ripenso un altro po' ancora sento ancora quella colonia di supermercato che mi ha reso insopportabile il mio primo ragazzetto, tanto da piantarlo lì, con la faccia pure un po' schifata.
No, davvero, non sto guardando nulla. Ascolto. Sento quelle parole che si dicono piano, perchè sono già di loro forti, pesanti. Sento quelle note che squarciano. Annuso. Sento quell'odore - c'è un odore buono in questa casa, sembra cannella e mela speziata. Dici? Credo sia invece il cedro, il cedro protegge questi mille libri e queste mille carte ammassate ovunque.- Sento quell'odore di cedro, allora, mescolato al granchio. Sento quell'odore di quando arriva l'estate. Sento quell'odore di quando piove e la terra respira.
Che poi ecco, un'altra cosa strana. Per gli altri sensi si sente. Si sente un sacco di cose. Non si vede bene che col cuore. Ma gli occhi vedono. Gli occhi guardano.
Che guardi?
Niente guardo. Sento.
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