giovedì 5 gennaio 2012

CORTINA, INNOCENTI EVASIONI.

C'è questa storia degli ispettori dell'Agenzia delle Entrate a Cortina il 30 dicembre scorso. E fin qui, si dirà, tutto bene, non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. La mole di ispettori - ottanta – potrebbe, al massimo, incuriosire. Accade poi che si divulghino i dati della sortita. Non mi metto nemmeno a riscriverli tutti, si possono trovare qui oppure qui. Rapidamente, sono state 251 le auto di grossa cilindrata controllate. Delle 133 intestate a persone fisiche, 42 appartengono a cittadini che hanno dichiarato meno di 30 mila euro lordi di reddito; delle 118 intestate a società, 19 di quest'ultime nel biennio 2009-2010 hanno dichiarato di essere in perdita e 37 hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi. Altra nota colorita del report, i controlli effettuati su una porzione di 35 attività commerciali (a Cortina sono circa 1000) hanno rilevato incassi record, almeno paragonati allo stesso giorno del 2010. I ristoranti hanno registrato un aumento del 300%, i commercianti di beni di lusso del 400% e i bar, poracci loro, soltanto del 40.

Che dire, dunque? Bravi, complimenti, bis? Ma certo che no, questo accadrebbe forse in un paese normale. Qui si trova il tempo di sentire la Santanché tuonare contro l'uso ideologico del controllo fiscale, Stracquadanio sostenere che questo è pizzo di Stato, la Gelmini chiedersi ma perché scegliere proprio il periodo di Capodanno. Ma certo, perché non un più sobrio venti di novembre? Per non parlare del sindaco di Cortina, che descrive l'operazione come Hollywoodiana e mediatica e degli stuoli di vip che son lì a stracciarsi le vesti perché con la crisi sono loro a sentirsi i capri espiatori. Intanto, Cicchitto parla di operazione propagandistica, forse trovando analogie con uno dei tanti coup de theatre di un suo caro vecchio leader. Tu dici, beh, tutelano i loro interessi, elettorali o di patrimonio. La gente normale sarà tutta a battersi il cinque, seppur con il portafoglio sempre meno pieno. O proprio per questo. Invece no. Anche tra di loro c'è chi si lamenta, che descrive la cosa come di cattivo gusto, un attacco alla privacy e alle attività economiche che mai come in questo periodo soffrono e aspettano le feste per tirare un respiro di sollievo. Qui si fa terrorismo, si fa scappare tutti, il prossimo anno se ne andranno tutti a St Moritz, dicono amareggiati.

Il nostro è un paese bislacco. Mentre tutti parlano di crisi, di tassazione esagerata, l'evasione fiscale si stima che corrisponda al 18% del Pil. Il nostro è un paese bislacco, tanto che si giudica la bravura e la professionalità di un commercialista sulla base della sua capacità a dribblare imposte e balzelli. Mentre vengono scovati degli evasori, la gente, politica compresa, trova pure il tempo per criticare l'operazione. È come se a ferragosto si beccassero dieci bande di ladri d'appartamento e i ladri rilasciassero dichiarazioni lamentando che insomma, a ferragosto le case sono tutte vuote, stanno tutti in vacanza, manco in questo periodo mi fate fare il mio lavoro? Voi direte, i ladri sono dei criminali, che c'entra? Mentre chi evade non lo è? Un ladro può rubare una macchina o svaligiare una casa. Quanti sono i danneggiati? Uno? Due? Dieci? Chi evade non ruba invece all'intera comunità e in particolare a chi possiede di meno? Ci si giustifica dicendo che la pressione fiscale è troppo alta. Sapessero per i dipendenti, loro che le tasse le devono pagare per forza, quanto lo è. Sapessero che in buona parte è anche colpa loro se è così alta. Ci vorrebbe una tassazione all'americana, dicono quelli costretti ad evadere. Ci vorrebbe un controllo fiscale all'americana, rigido e sistematico, ci sarebbe da aggiungere. Nonostante tutto, sembra strano, ma nel nostro paese evadere non è ancora considerata una colpa, piuttosto una furbizia, anzi, a sentire chi si è lamentato del blitz di Cortina è quasi un favore all'economia in crisi. A sentir loro è la lotta di classe, l'invidia per la ricchezza a produrre questi controlli. Come siete meschini e rosiconi, è Capodanno, orsù, fatemi stappare il mio Veuve Clicquot.

martedì 3 gennaio 2012

TE LA RICORDI BERLINO?

Siccome siamo molto tempestivi da queste parti, oggi esce questo post, dedicato a Berlino e ad un viaggio fatto ormai quasi due mesi fa. In mezzo ci sono state altre trasferte, molte revisioni e un nuovo anno. È un post a quattro mani. Qui ne trovate due, l'altro paio, invece, è di Mattia.

Ce lo eravamo promessi troppe volte per rimandare ancora. Era diventata una cosa necessaria. Così necessaria come rimettersi a scrivere, ogni tanto, per fermare un po' di quei pensieri che scorrono sottopelle e che difficilmente, di questi tempi, vengono in superficie.
Poteva essere Bruxelles, poteva essere Siviglia, poteva essere Lisbona. Invece malgrado il freddo e l'ora legale, avevamo voglia di Berlino. Perché o non ci siamo mai stati o ci siamo rimasti così poco per farcene davvero un'idea, per poterci dire l'abbiamo vissuta. Perché Berlino è una città che si vive, non si visita. Avevamo il nostro albergo superlusso in superofferta e le sue colazioni all you can eat, avevamo una cartina scarabocchiata sempre più illeggibile e un libricino con un po' di possibili mete, quasi tutte senza indirizzo, quasi tutte scelte d'impulso. Avevamo noi. Non hai pensato anche tu che mai come questa volta poteva bastare?

Camminiamo molto, camminiamo che mi si leva un tacco, che ci perdiamo a Kreuzberg, e non per colpa di quel mercatino lungo il canale. Camminiamo verso qualche parte, com'era. Non ci curiamo di tutti quei posti in cui non siamo stati, e non ci curiamo dei musei che abbiamo lasciato ai giapponesi, nemmeno di quelle cose che a sentire i rumors, erano imprescindibili. Ma non avete visto il museo sull'olocausto? Lo ha fatto l'architetto quello là! È il simbolo di Berlino! Ma non siete andati al Tacheles? Ma è il centro sociale tra i più fighi d'Europa! Ma allora non siete stati davvero a Berlino! Forse non siamo stati davvero a Berlino anche se ci pareva, ma quel posto che invece abbiamo visto noi ci è piaciuto e ci è bastato e ci saremmo stati di più, così magari avrei preso qualcosa oltre a delle mentine della DDR e un balocco da attaccare all'albero di Natale. Così magari avrei trovato il mercatino delle pulci aperto, e non eccezionalmente chiuso.
Berlino è la città meno tedesca della Germania. Per i ritardi sulle date di fine lavoro nella metropolitana, sembra quasi una città italiana. Berlino sono le comunicazioni di servizio in una lingua dura come il marmo, impossibile da districare. Dopo venti minuti eravamo già fuori strada, a chiederci come fosse possibile nonostante lo stato d'allerta massimo, a intercettare emigrati italiani che ci confidano come sopravvivere ai cambi e alle intersezioni delle varie linee di U-bahn.
Qui se non esageri con piumini lucidi o Timberland, nessuno sa che sei un turista. Certo, devi spesso tacere, non essere sguaiato, però ci sono anche gli italiani che vivono a Berlino e tu potresti essere uno di quelli. Potremmo essere due di quelli lì. Ma è sempre il solito problema di chi è nato a cento metri dal mare. Puoi andare ovunque, ma poi l'odore di salsedine ti richiama a casa. Perché è quell'odore, casa.
Ci sono strade lunghe e ampie a Berlino, strade ordinate e con poco traffico, parcheggi con macchine che non abbiamo mai visto parcheggiare ma sono tutte lì messe per bene, dove si può e non dove secondo me non disturba nessuno.
Ci ha abbracciato la nebbia, stagnante nelle carreggiate a tre quattro cinque corsie, ci siamo abbracciati e abbiamo marciato verso la porta di Brandeburgo. Ci siamo stupiti di essere solo noi e pochi altri a camminare in posti che avremmo immaginato tracimare di umanità brulicante e di macchine digitali. Ci siamo stupiti dei parchi senza recinzioni che sembrano quasi foreste, che quando il sole scende ti viene da pensare siano da evitare e invece vedi un sacco di gente che si avventura dentro per correre. E non ci sono i lupi cattivi.
Abbiamo dimenticato di fotografarci, abbiamo dimenticato il tempo che scorreva sotto la torre di Alexander Platz, senza il suo pallone dorato oscurato dalla nebbia. Sotto i tigli abbiamo pianificato le nostre giornate, promettendoci reciprocamente di saltare negozietti di vinili e franchising di vestiti, a meno di folgorazioni eccezionali. Siamo stati quasi bravi.
Quando una birra in un posto qualsiasi costa almeno un euro in meno rispetto ad una birra in un baretto smarzo italiano ben selezionato, allora non serve nemmeno pianificare troppo il da farsi, possiamo concentrarci sugli hamburger più esagerati del Mitte, possiamo spararci degli shortini di Jagermaister per provare a sopravvivere ad una serie di digestioni che si preannunciano difficili.
Ogni tanto ci sentiamo inadatti ai palazzi così alti e agli angoli squadrati delle vie di Kreuzbeurg, scoprendoci inseriti in un tessuto che non conosciamo ma che con un minimo di attenzione non si dimostra per niente complicato. Che quasi si indossa bene, come ai manichini delle vetrine a cui resisti per due giorni abbondanti.
Gli spaccati di vita nella DDR, i tipi poco raccomandabili che fottono banconote da cinquanta euro ai polli di Karl-Liebknecht-strasse, le foto così e così che un effetto vintage sembra poter rendere migliori. Ci siamo dimenticati l'ipod e ce ne siamo ricordati all'ennesimo passaggio obbligato per Alexanderplatz, perché ti sarebbe piaciuto guardare quella torre imponente con Battiato nelle orecchie, tutte le volte che lo abbiamo ascoltato guardando tutti questi palazzi che ci crescono attorno e dentro cui non ci abiterà nessuno.
Ognuno si fa gli affari propri, ognuno parla a voce bassa, noi continuiamo ad uscire dalla parte sbagliata di Wittenbergplatz, tra l'Harrods berlinese e la Siae tedesca. Il male assoluto, il male che non dorme mai. Ma almeno questi lavorano.
È nel Mitte che hai voluto rimanere qualche istante in più in un negozio perché volevi capire che canzone era quella appena iniziata che poi era Se io non avessi te di Nek. Siamo usciti ridendo e portandoci dietro quella dannata canzone per tutto il pomeriggio. Cambiamo latitudine, siamo in una delle città più effervescenti d'Europa ma è chiaro che ci si può annoiare anche qui, ci si può divertire squallidamente anche qui. Si può passare un sabato sera in un pub dentro un centro commerciale chiuso, dove rimangono aperti solo due bar e una discoteca al piano più alto. Dove le donne bevono prosecco con ghiaccio e gli uomini boccali di birra. È altrettanto chiaro che i capperi li assoceremmo a Pantelleria, al sole, alla dieta mediterranea, e non ad un'antica ricetta prussiana di polpette di carne, panna, vino bianco e due patate lesse intere, minacciose. Di sicuro sbagliamo nel non conoscere come si dice cappero in inglese e tanto meno in tedesco; ed è così che me ne ritrovo un vasetto su un piatto già pesante soltanto alla vista. Di sicuro sbaglio a non optare per una zuppa con barbabietola, pancetta e abbondante panna. Di sicuro è arduo avere una digestione difficile e vivere a Berlino. Di sicuro c'è da aggiungere l'intolleranza a ingenti quantità di curry wurst al richiamo del mare.

Quando abbiamo deciso di puntare ai musei è stato come scendere da una giostra lunga decine e decine di chilometri, abbandonare una modalità per abbracciarne un'altra, come arrendersi al flusso tipico di ogni metropoli che si rispetti. Ma gli egizi li conosciamo a memoria, e allora ci siamo incastrati tra Warhol e le seghe mentali di troppa arte contemporanea, tra istallazioni e video devastanti, bastian contrari, amanti del feltro, amanti della ghisa, amanti dell'acqua sporca. Siamo usciti da Hamburger Banhof con la voglia di dare fuoco a tutto quello performato dopo il 1980. Siamo usciti da Hamburger Banhof e siamo andati a chiudere un cerchio aperto più di un lustro fa, quando c'erano in ballo vite diverse e tutte orbitavano attorno a Padova. Stefano è venuto a lavorare qui e qui c'eravamo già incontrati, ma era stato tutto troppo veloce per considerarlo un vero e proprio incontro. Stavolta abbiamo pianificato un posto, un concerto, delle birrette leggermente amare che scorrono troppo bene per non chiamarne altre e altre ancora.
Qui ci siamo lasciati per vedere l'effetto che fa, per tornare a casa una domenica sera qualsiasi ed essere come un berlinese qualsiasi, che guarda un concerto con un vecchio amico, si sbronza con un vecchio amico, sorride perché il vecchio amico comincia a dimenticare l'italiano e se ci pensi è divertente, visto che il tuo lavoro a differenza del mio innanzitutto è un lavoro e in secondo luogo è stato appiccicato sulle pareti della stazione centrale di Milano, tra le altre.
Il rumore dei vagoni che sferragliano sui binari è un qualcosa che mi manca, ovattato dal chiuso di una galleria a qualche metro sotto il livello dell'asfalto, qualcosa che riscopro ogni volta, che mi fa sorridere, tracciando linee drittissime da una parte all'altra di un paesotto di svariati milioni di abitanti.
Anche con l'unico receptionist fastidioso della nostra vacanza, anche con i piedi spezzati dai troppi, troppi chilometri percorsi. Quando ci siamo guardati persi in qualche imprecisato piano di Friedrichstrasse, con i treni che ci sfrecciavano attorno e nessuno di essi portava un nome che ci potesse in qualche modo tornare utile.

Era quello che aspettavamo, uno spazio nostro di cui avevo bisogno. E anche se dicevi di no avevamo già i pezzi di Lego che ci servivano, dovevamo soltanto costruirlo. Avere la pazienza e la voglia di aprire la scatola che li conteneva e leggere le istruzioni. Poi le abbiamo buttate via, lasciate in camera come la guida, le istruzioni; ed è stato bello così. Bello come tornare a casa da sola, sorridere assieme a due sorelline che in metropolitana non riuscivano a completare una filastrocca con quel giochino delle mani perché una delle due non riusciva a smettere un secondo di ridere. Una filastrocca di cui ho capito soltanto pepsi cola e coca cola; meglio di così mi era difficile. Ma ridere è sempre cosa più semplice.

Quando abbiamo aperto gli occhi lunedì è stato così strano. La mano appoggiata nel letto. L'ennesima doccia, l'ennesima colazione mostruosa. Tutto comincia ad assomigliare ad una normalità che il giorno dopo finisce. Come i tour di tre o quattro giorni. Ti devastano più di quelli di un mese.

Possiamo tornare a casa e guardarci negli occhi e dirci che siamo qui e che qui, alla fine abbiamo sentito chiaramente quella sensazione di completezza che abbiamo a lungo atteso.

martedì 27 dicembre 2011

SOGNO DI UNA NOTTE DI FINE ANNO

Io ai sogni non li capisco. Cioè non capisco come il cervello, mentre il pastore tedesco della razionalità se ne sta addormentato, arrivi a produrre certe connessioni, a ripescare certi personaggi che tipo mai visti mai sentiti o quasi.

Io ai sogni gli voglio bene. Perché (se sono belli) sono coccole che perdurano per una giornata intera. Se sono brutti invece no, rendono una giornata brutta e basta. Se sono sogni di ammore, beh se sei sola è tutto ok, ti senti amata ed è bello sentirsi amate, soprattutto se è da un po' che nella realtà non accade nulla di rassicurante. Se sei ammaritata (o similari) non è carino, perché per tutto il giorno guardi il tuo malcapitato come se non fosse abbastanza, come se ti chiedessi ma chi è questo qua? Stanotte era diverso, più bello, più alto e in più c'era caldo e andavamo in spiaggia.

Beh insomma, stanotte ho sognato che Matthew McConaughey mi faceva il filo. Ho capito che era un sogno perché sapevo pronunciare il suo nome e perché, che io sappia, non mi è mai sfiorata per l'anticamera della libido l'idea di lui e dei suoi pettorali al silicone.

Matthew McConaughey (lo copio incollo, così da non sbagliare), -secondo me comunque non era lui o forse era lui ma non il Matthew McConaughey famoso in tutto il globo-, non so perché e non so come, ma frequentava un corso che seguivo anche io in un androne di un centro commerciale. Non so che corso era, però c'erano anche due mie amiche che non so se frequentavano questo corso misterioso, fatto sta che pure loro erano lì. Intanto, lui raccontava (sì, ora che lo ho conosciuto lo posso dire che Matthew McConaughey è abbastanza boriosetto) che aveva un sacco di contatti fighi e si rendeva conto che tutta sta spiega del corso non gli serviva. A quel punto inizia a farmi il filo. Durante il corso mi guarda e mi sorride, poi mi dice un sacco di cose che sta facendo e nomi di persone che conosce e me li sussurra all'orecchio, accarezzandomi il collo. Sì, eravamo ancora al corso e no, non ritengo erotico sussurrare cose di questo tipo all'orecchio, ma è un sogno. Ci sa fare il Matthew McConaughey, penso. Durante il sogno mi chiedevo se era innata provolonaggine o reale interesse. Paranoica fin nell'onirico, proprio. Finito il corso chiedo ragguagli alle mie amiche e mi dicono che sì, il Matthew McConaughey si capisce che è interessato. Comunque incerta sulla provolonaggine, vado in spiaggia a meditare su degli scogli che dove vivo io non esistono, ma nel sogno sì e sono pieni di conchiglie in cui però non si sente il mare. Mentre guardo l'infinito e penso a Matthew McConaughey e al suo stile adulto un po' trasandato ma curato e mi arrovello sul dubbio provolonaggine o interesse, ecco che da dietro di me spunta un mini delfino che mi scavalca e arranca sullo scoglio. Particolare sto delfino, dato che al posto di una delle due pinne laterali c'ha un'ala di gabbiano. Dopo di lui mi scavalcano altri delfini fatti uguali al che io urlo e mi levo, perché mi rendo conto -quanta razionalità- che delfini con ali da gabbiano non è che ce ne siano molti per giro.

Sì, lo so la sto facendo lunga, ma si sa che con i sogni non si può tralasciare nulla. Insomma mi cerca, ci troviamo e passeggiamo con la bicicletta a mano, troviamo le mie amiche che si aggiungono ma lui (ah, che uomo Matthew McConaughey) siccome ho sete fa in modo di farle andare avanti mentre noi ci accomodiamo in un bar all'aperto per bere un Burn (????) che sa di chinotto (??????) a due. Mentre mi lambisce con i suoi sussurri, mi guardo intorno e scopro che nella mia città ci sono un sacco di localini carini che non ho mai frequentato e me ne chiedo il perché, dato che mi lamento sempre del fatto che non ce ne sono. E poi mi viene a cercare anche negli uffici del Comune, perché sa che ci dovevo andare. Nel frattempo, le mie due amiche rosicando, ma non troppo, sanciscono che Matthew McConaughey mi fa il filo per reale interesse e non per sua provolonaggine innata. Ah, che soddisfazione.

E basta. Fine del sogno. Visto che potevo, lo ho custodito tra le lenzuola fino le dieci di mattina, ma ora che l'ho raccontato ha perso tutta la sua magia, delfini con ala di gabbiano compresi. Ma poi, che film è che ha fatto Matthew McConaughey?


Ps Tra pettorali, camicie inguardabili e questa sua nuova fiamma che mi sembra Tory di Beverly Hills, ho fatto una fatica matta per trovare una foto decente.

PPs L'altra sera ho sognato che ci provavo con Matt Berninger, ma lui non mi degnava di uno sguardo e voleva solo i baci di Chiara Ferragni, però glieli davo lo stesso, tié.

PPPs Devo smetterla con la cassata.

mercoledì 2 novembre 2011

LA MARMELLATA

Io la tv non ce l'ho. Io non ho il tempo di guardarla. Io guardo un paio di tiggì e due tre programmi in croce. Intanto, la cosiddetta tv massimalista, generica, d'intrattenimento crea a diffonde la cultura, se così si può definire, del mostro. Troppo facile mettere la testa sotto la sabbia. Troppo facile risolvere con not in my back yard, con un'alzata di spalle, brandendo la scusa del pluralismo, del relativismo, della libertà e del libero arbitrio. Quello snobismo con cui qualche anno fa si poteva ridere di secchioni in go-kart arrapati per delle troiette discinte in baby doll di struzzo deve finire. Ignari di quello che accade attorno, si fa facilmente leva su quel relativismo di prima e si banalizza il tutto circoscrivendolo soltanto come entertainment. Chi vive nella propria torre d'avorio della tv accesa per poche mezzore, o addirittura spenta, non conosce davvero il suo nemico, non può rendersi conto di quanto possano aver fatto male anni di quel relativismo e quella compiaciuta libertà di espressione che ora assomiglia sempre di più a Non hanno più pane? Dategli delle brioches. La strada aperta più di dieci anni fa dai primi reality, dai primi vip dalla strada, ha creato mostri. Come?

Punto primo, non è rimasto un programma isolato, un Grande Fratello, ma a ruota si è deformato interamente un palinsesto televisivo. Reality coi concorrenti non famosi, con quelli già famosi, con quelli diventati famosi con altri reality, coi figli dei famosi, con i famosi e i non famosi assieme; e poi i corteggiati e i corteggiatori, i cantanti (i nani) e i ballerini. E poi interi programmi e talk-show completamente piegati sull'analisi di questo piuttosto che l'altro comportamento pruriginoso, della storia strappalacrime di quella concorrente, di quelle che se le sono date di santa ragione, della storia d'amore nata sotto una delle tante telecamere.

Punto secondo, l'abitudine crea noia. Dunque, se dieci anni fa bastava mettere dieci perfetti sconosciuti sotto i riflettori e la curiosità spingeva a dare almeno un'occhiata, ora l'asticella necessariamente si alza. Decine di sceneggiatori in conclave cercano di carpire il giusto mix per generare interesse in un pubblico sempre più anestetizzato. Non basta più la normalità, serve sempre di più la finta trasgressione, l'impossibile reso possibile che spesso sfocia in una banalità che non strappa manco un sorriso. Tipo il ragazzo con lineamenti indiani che entra vestito da nobile indiano ma che è invece un contadino bergamasco un po' bigotto e non parla manco l'italiano se non bergamaschizzandolo a sua volta.

Punto terzo, se si deforma un palinsesto e ci si abitua a questa deformazione, la deformazione diventa la realtà. Se il reality si trasforma in realtà, ecco che stuoli di giovinetti ritengono utile pompare il proprio bicipite per diventare famosi e altrettante ragazzette atteggiarsi da finte vip per fare altrettanto. Cos'hanno di diverso dalla gente questi nuovi vip? Nulla, soltanto la notorietà e la palanca in tasca. Anche se, spesso, entrambe durano poco, sono comunque sufficienti per diventare modello di quei giovinetti di prima.

Punto quarto, la dimensione della spettacolarità televisiva si inserisce a sua volta in un contesto più generale che la amplifica e la rafforza. Se la tv e le sue decine di programmi nazional-popolari, o meglio spazzatura, si inserissero in una realtà ben strutturata e diversa, essa rimarrebbe finzione, spettacolo. Ciò che è accaduto negli ultimi anni, invece, è l'esatto contrario. Una buona parte della classe dirigente di questo Paese ha alimentato e amplificato la fiction televisiva in una continua e sempre più densa osmosi. Personaggi dello spettacolo da quattro lire fotografati alla corte del Capo, il culto della bellezza e dell'esteriorità anche in un ambiente in cui dovrebbero essere i valori e le idee a fare la differenza, la mancanza totale di meritocrazia e di rispetto delle regole democratiche di rappresentanza nello scegliere le personalità deputate a ricoprire incarichi politici e dirigenziali (nonostante, quasi per assurdo, spesso si brandisca il volere del popolo, proprio come in un reality).

Questa marmellata che rende tutto uguale, tutto pari e patta, amplifica e rende quasi irrimediabili i danni che gli ultimi dodici anni di televisione hanno creato nella nostra società.

Per questi motivi non c'è nessun relativismo, nessuna libertà di espressione che possano giustificare questa melma. Non c'è nessun relativismo utile a giustificare che una concorrente del Grande Fratello 12 (!), che si vanta di essere quella acculturata del gruppo, quella intellettualoide e pure un po' snob, se ne vada in giro a dire che Socrate non è mai esistito, che Platone e Socrate sono la stessa persona, o che Platone e Aristotele usassero lo pseudonimo di Socrate per parlare tra loro. Non c'è nessuna libertà di espressione se nessuno, nessuno dei venti concorrenti la contraddice. Oddio, qualcuno ridacchia, ma nessuno sembra essere certo che quella è una palese assurdità. Non c'è nessuna spalluccia che poi renda passabile che questa concorrente sia stata (fatalità) anche una, diciamo così, fiamma del direttore del telegiornale di Rai Uno, Augusto Minzolini. Non c'è nessuna giustificazione per questa ennesima marmellata tra finzione e giornalismo. Non c'è nessuna spalluccia che banalizzi l'ennesima osmosi tra reality e politica, incarnata nel concorrente che guarda caso risulta essere l'ex della Consigliera Regionale Nicole Minetti.

Provo molto disgusto per questa marmellata. Provo fastidio e intolleranza nei confronti di questo miraggio di successo in cui non vi si intravede nessun valore, nessun merito, nessun sacrificio. Un successo effimero e veloce che poi riporta tutti all'anonimato, ma che pare essere comunque sufficiente per deformare la lente attraverso cui milioni di persone vedono la realtà che li circonda, che colpisce ancora di più i giovani e i ragazzi che proprio in questi anni stanno mettendo le loro basi per costruire il loro futuro e per essere a loro volta il futuro di questo Paese. Una costruzione che grazie a questo processo quasi sempre non deve costare fatica e non passa per la formazione e per l'istruzione. Quest'ultima ormai è sempre più relegata ai margini, non soltanto dall'opinione pubblica, dai genitori e dai loro figli, ma anche dalle scelte politiche che negli anni l'hanno colpita e indebolita, privandola di qualsiasi autorità e di qualsiasi valore, minata fortemente nella sua forza di tornire menti valide e consapevoli. Provo pena per una moltitudine sempre più ampia di persone che giudica le persone perché sono vere, perché sono fatte così e hanno il coraggio di non cambiare, perché sono matte, perché sono orgogliose di essere ignoranti ma semplici. Se reality significa realtà, seppur artefatta, è disgustoso che da più di dieci anni si metta in mostra una realtà così tanto bassa, gretta, priva di qualsiasi spunto o nota positiva, salvo Luca Argentero.

giovedì 14 luglio 2011

UN ROMANTICO A MILANO

Non c'era niente da dire e nessuno con cui dire qualcosa. Poteva capitare di perdersi, quello sì, seguendo le vecchie insegne della biglietteria incise sul marmo di Milano Centrale.
Era un primo pomeriggio d'estate. Non c'era ombra, una volta fuori si veniva investiti dal caldo e dalla luce come chiamati dal volere divino. Cercavo di darmi quell'aria annoiata e veloce di chi è sempre lì ed è stanco di esserlo.
Opto per il sottopassaggio che taglia Piazza Duca d'Aosta. Krasic è a casa. Due tipi sui trentacinque si lamentano del caldo mentre rollano una canna prima di ritornare di sopra a trapanare. Il bar è semi deserto, l'inserviente passa stancamente un panno umido sul bancone. Due colleghi si scambiano un veloce cenno di saluto. Ritorno in superficie. Locali alla moda con divani nel dehors servono caffè ed insalatone su tavolini bassi, in vimini plastificato o in giardini artificiali con separé di plexiglass. Due poltrone con i colori del Milan occupano stentoree l'entrata di un famoso ristorante. All'interno, nella penombra, un uomo in sovrappeso risente evidentemente del caldo. Ha tolto la cravatta e sfoggia una posa sbracata, la camicia sbottonata fino a metà. Più avanti, davanti all'androne di un palazzo dirigenziale, una donna ossigenata sulla cinquantina con dei pinocchietti aderenti bianchi morde una frittella fritta da un sacchetto di carta. Dalle dimensioni farà il bis.
Rincorro l'ombra finché è possibile. Supero quattro amiche che hanno l'aria di essere insegnanti dopo un esame, forse il loro primo pomeriggio di vacanza estiva. L'ombra svanisce, il sole è a picco. Cammino in una strada a doppia corsia, larga, trafficata, piena di luce. Mi fermo ad un semaforo e l'asfalto inizia a bruciare da sotto i sandali. A fianco a me, una famiglia che sembra essere in gita. Forse nel pomeriggio si laurea il figlio maggiore o magari stanno accompagnando la figlia in stivaletti e shorts a scegliere l'università migliore.
In un'auto bloccata nel traffico, una ragazza con un gioco di frizione procede piano, intanto con una pinzetta strappa qualche pelo dalle sopracciglia.
Controllo i civici. Individuo il portone. Sono incredibilmente in anticipo, dunque cerco un bar nelle vicinanze. Nel Bar Campiello nonostante il caldo c'è spensieratezza. Il giorno dopo chiuderà per due mesi per una ristrutturazione interna. E degli affetti. Cerco il bagno, aggiusto veloce il trucco, tento di cancellare questi due chilometri a piedi. Nell'armadio delle scope rimedio un po' di sapone. Pago e il cameriere mi saluta aggiungendo un commento sulla mia camicia arancione, ma sono già fuori.
Il palazzo ha un'entrata alta e signorile, un portiere filippino all'ingresso. Mi guardo intorno per cercare qualche insegna familiare. Non faccio nemmeno a tempo a voltarmi verso il bureau che il portiere già sorride e mi indica il primo semipiano a destra.
Ho chiaro che la sopravvivenza ha bisogno di armi più affilate di un interregionale senza aria condizionata. Salgo.

giovedì 10 marzo 2011

OU ES TU?

Misi un po' di cose in tasca per non superare il peso consentito dalla compagnia aerea. La caffettiera, il phon da viaggio che di lì a poco mi avrebbe comunque abbandonato per il voltaggio sbagliato o più semplicemente perché trabiccoli da sette euro hanno vita breve.

Avevamo pianto molto mentre ci tenevamo le mani, come se lo sapessimo che quello sarebbe stato il nostro addio più ben riuscito. Gli altri sono stati soltanto vigliacche pantomime.

Il sole quasi primaverile illuminava i pochi metri di percorso tracciato che avevo di fronte e lo rendeva quasi un'allegra gita fuori porta.

Mentre attendevo che comparisse la mia valigia sul nastro trasportatore mangiavo lenta, un boccone alla volta, il panino con la cioccolata che quella mattina mi aveva lasciato mio fratello. Ne aveva davvero poca. Ancora adesso non so se vederci un reale e disinteressato slancio di generosità. L'aeroporto Charles de Gaulle sembrava un aeroporto secondario, vuoto, spoglio. Ogni tanto mi guardavo intorno nel tentativo di riconoscere quella ragazza inglese che avevo contattato dall'Italia nel tentativo di affittare una stanza. Se pagavo in anticipo sarebbe venuta a prendermi all'aeroporto, mi aveva detto, come aveva fatto tante altre volte con altri suoi ospiti. Le avevo risposto che prima di mandare denaro in giro per il mondo avrei preferito vedere la casa. Ancora una volta persi l'occasione di vedere il mio nome storpiato su un foglio di carta davanti la porta degli arrivi. La ragazza inglese non ci sarebbe stata, finse una breve trasferta fuori Parigi con il ragazzo. Il giorno successivo sparì del tutto e con lei anche il suo appartamento troppo irish per essere il 7 di Rue Champollion. E per non puzzare di fregatura.

Mezzora dopo essere atterrata mi ero sentita terribilmente sola almeno una ventina di volte, si era strisciato irreparabilmente il mac preso un mese prima e avevo già controllato quanto poteva venirmi a costare un volo di ritorno.

Avevo un solo numero, trascritto per sicurezza sull'agenda, di un ragazzo originario della mia città che non conoscevo, ma che sapevo vivesse da qualche anno a Parigi. Lo chiamai e mi disse dove ci saremmo visti. Non c'era imbarazzo, sembrava tutto normale anche se non lo era affatto.

Saliti a fatica gli scalini del métro, vidi per la prima volta la città. Dalle pozzanghere e da qualche ombrello sembrava avesse piovuto un po' ma era già uscito il sole. In attesa di riconoscere qualcuno che non conoscevo, mi guardai intorno. Le piastrelle bianche e strette delle stazioni del métro. Per le strade, i cestini verdi che non sono inchiodati a niente, sono soltanto un sacchetto, ma rimangono dove sono, perché nessuno si prende la briga di distruggerli. I rivoli di acqua ai bordi delle strade. Le sedie di metallo smaltato dei giardini che qualcuno sposta ma che nessuno porta a casa. Le code ordinate davanti le panetterie alle sei di sera e i cesti di mughetti degli ambulanti. Volevo tutto questo. Ero nel giusto.

mercoledì 2 marzo 2011

GRAZIE DEI FIOR.


Manco qui da una vita, fuori piove, c'è un vento pazzesco e quello che abita sopra di me fa tapis-roulant.
Io domani vado alla mia prima lezione di pilates, giusto per dimostrare che non è che se non scrivo significa che non mi succede niente di epico.
Ah, e poi potete leggermi sul blog di Grazia, quel Grazia, per una settimana. Ogni mercoledì, invece, esce su Cosebelle magazine la mia rubrica Spoglierò Simon le Bon, un mash-up di moda e musica e vaneggi. Non si sa mai che vi manchi.
Ma ritornerò, aaaaah se ritornerò.