venerdì 12 marzo 2010

DIETRO LA NOTIZIA

È passato più di un mese da quando ho cominciato. Lo ho scoperto per caso, nel mio tempo perso. Riempivo così le giornate che scivolavano via noiose, ripetitive e uguali. Tutto è iniziato per gioco, massì, mi dicevo, una volta ogni tanto. Tanto lo fanno tutti. Guardavo una rivista e se ne parlava. Navigavo nel web 2.0 e se ne parlava. Era di moda. Era la moda. Per questo non ho mai pensato che potesse essere sbagliato. Smetto quando voglio, mi ripetevo. Io sono più forte di tutto questo spettacolo fatto di finzione e ombrellini riflettenti. La snobbavo, all'inizio. Pensavo fosse ridicolo. Ce n'erano altre, le provavo, ma nessuna mi faceva lo stesso effetto. Quindi ho cominciato a snobbare e ridicolizzare loro. Loro sì che se lo meritavano. Lei invece è di un'altra pasta. Così intanto è diventata la mia dipendenza, perché mi sono resa conto che nessuna era come lei. In Italia poi. In giro per il mondo magari trovi roba buona ma qui, qui, è tutto così provinciale...
Chiara Ferragni è diventata la mia droga. Il suo blog, The Blonde Salad, è una delle pagine che guardo quasi ogni giorno. Ma non sono sola, ogni giorno ha quasi 2000 contatti, ha 5000 fan (fan, non amici) in Fb, 3600 followers in Twitter. Da ottobre ha aperto sto blog e la scorsa settimana è riuscita ad entrare nelle chiusissime sfilate di Milano, è stata intervistata in qualità di fashion-blogger su un referenziatissimo tg quale è Studio Aperto, è stata ospite a Chiambretti Night. Si leggono pezzi su di lei su Leggo, Metro, Gioia, Sette del Corriere. Il fenomeno Ferragni. E sticazzi.
La crescente influenza che i blogger hanno in tutti i settori non è più una novità, soprattutto in US ed Inghilterra, soprattutto in un mondo così bisognoso di conferme e di mode come il fashion system. Ma questi blogger che vengono corteggiati e ascoltati impongono il loro stile, criticano ferocemente, molto più di una temutissima Anna Wintour. Sono briglie sciolte, non devono fare capo a nessuno se non al proprio gusto e a quello che potrebbe o meno entrare nel loro guardaroba, conto in banca permettendo. Alcuni sono anche troppo alternativi, roba da esser scambiati per clown, per capirci. Entrano nella materia e ne sono anche esperti, visto che è la loro passione.
Questa versione nostrana ovviamente è molto più simile alla nostra cultura nazionalpopolare, anche se il tentativo più o meno dichiarato è quello di essere international, visto che la mentalità italiana, dicunt, è così chiusa e provinciale. Tutto sommato il blog è il reality-show di Chiara Ferragni. 22 anni, generazione cresciuta con i media dominati da Grandi fratelli, sms, social network. Doveseicheè5minuticheprovoachiamartienonmirispondi, tipo.
Dove va, con chi, cosa mangia, si è divertita, e ovviamente, cosa ha scelto di indossare. Foto di qualità, spesso set particolari, un buon gusto e un portafoglio a fisarmonica sono gli strumenti essenziali della nostrana fashion-blogger. È la mia droga, lo ho già ammesso. Ha buon gusto e non si discute. Ma i veri blogger impongono l'agenda, demoliscono collezioni, seppelliscono e fanno rinascere mode perché vivono sulla strada, cosa che spesso giornalisti di moda e stilisti non fanno più da tempo. Sono quei consumatori che hanno la voglia, il tempo, l'autorevolezza acquisita di giudicare e sancire il successo di un prodotto. Perché la moda sarà anche arte, ma quando è nei negozi, o nelle boutique, è prodotto.
La Ferragni ha una taglia 38, è carina, ha occhi azzurri e lunghi capelli biondi, un moroso gnocco -bisogna dirlo- e un guardaroba alla Carry Bradshow. Voglio dire, una persona normale non può avere cinque borse Balenciaga City uguali ma di colore diverso. Non per contraddire il mio teorema della democraticità delle borse, ma costeranno almeno 1000 euro ciascuna. Prezzo non molto democratico. Senza contare le cinque o sei Chanel, alcune pure vintage. Tipico marchio low-cost. Se avessi un budget di 2000 euro per ogni outfit, chiaro che mi potrei vestire bene, all'ultima moda, diventare un'icona di stile, meglio ancora se sono un chiodo, metto una maglietta e saltello felice sul letto o in garage (cosa molto copiata dalle blogger di serie B). Mi sembra per l'ennesima volta di vedere che qui in Italia non si può fare “successo” senza essere mainstream, minculpop, se si è donne poi, si deve essere necessariamente belline e appartenere all'immaginario borghese (quest'oggi le veline e le strappone le lasciamo a riposo). Ci siamo dentro fino al collo, tanto che in effetti il suo blog, curiosamente balzato ad avere 2000 contatti in meno di tre mesi -userà i tag, ma è davvero curioso-, per me è una piccola dipendenza.
La vera sfida per chi magari alla moda ci tiene è avere uno stile, mettere quello che si ha voglia di mettere, magari intercettare in anticipo una moda e avere il coraggio di dire che certe cose fanno schifo. Infine, fare soprattutto, e a ragione, i conti con il portafoglio. That's stylish. Io, che un po' a ste cose ci tengo, ma sono terribilmente indie, seguo mode che non esistono ancora.

PS
Stavolta si prova a taggare, e mo vediamo che succede.

3 commenti:

eli ha detto...

sono orgogliosa nel mio piccolo di aver trattato l'argomento il 1 novembre 2009, prima degli inviti ai fashion show, dei vari studi aperti e elle japan.
Ora il potere è nelle mani dei fashion blogger, ma con tutto il rispetto per la ragazzina e per chi le dà tanto onore, i vari brianboy, jack&jill, garance doré e the sartorialist....sono su un'altro pianeta...

parolesantels ha detto...

brava
:-)

Vedogente ha detto...

grazie... ;)