giovedì 28 febbraio 2008

TUTTI GIU' DALLA RUPE

Sempre per il filone del masochismo mi ritrovo a vedere l'intervista barbarica di Daria Bignardi a Giuliano Ferrara dello scorso venerdì. Non mi bastava vederlo a Otto e mezzo. No. Perchè bisogna essere tolleranti. Ascoltare chi ha un parere diverso dal tuo. Anche se questo parere ti fa imbestialire. Dopotutto Ferrara è uno che non ha pareri, ha verità. Dunque non si deve e non si può controbattere, la sua è l'idea assoluta. Che ricorda tanto qualche altro tipetto di un paio spanne sopra il metro che faceva arrivare i treni in orario qualche decennio fa.
Comunque si parte con la proposta di moratoria contro l'aborto. Perchè in trent'anni ci sono stati un miliardo di aborti. E non se ne può più.
Ferrara è un giornalista e sa usare bene le parole. E sa che dire numeri come i miliardi riempie la bocca, la sua, e riempie di orrore i volti di chi lo ascolta. In Italia ce ne sono centomila all'anno. Il miliardo in tutto il mondo, in trent'anni. In Cina in India dove l'aborto è aborto di stato, dove non si possono avere più figli, dove non si possono avere figlie, soprattutto, questa pratica c'è, esiste. Ed è vergognosa. E allora sì, dopo la moratoria sulla pena di morte facciamo una moratoria su questo meccanico abuso dell'Idg.
Ferrara è un giornalista e sa usare bene le parole. E quindi mette tutto insieme, dentro un grande calderone dove tutto si assimila, dove tutto prende lo stesso sapore, il sapore che fa storcere il naso al perbenista che vuole tutto ordinato, ma che in ordine mette la colf, fuori, e per l'interno, due ave maria e un padre nostro possono bastare. Dove si mescolano gli aborti degli stati Occidentali con queste pratiche di calcolo e di economia di Cina e India, dove si aggiungono a piacere che le donne sono plagiate dagli uomini, che siamo arrivati alla Rupe Tarpea, che gli anticoncezionali sono sbagliati perchè creano una società priva di valori, che l'aborto è maschio e che le donne credono, poracce loro, erroneamente di emanciparsi proprio affidandosi all'aborto stesso.
Per ogni donna che decide di abortire ci sono gli stessi pensieri di vita, di disperazione, di angoscia, di continuare chiedendosi cosa sarebbe stato se. Non esiste donna che fa questo per emancipazione o a cuor leggero. E' una decisione ponderata, riflettuta, presa tenendo a mente tutti i pro e i contro, anche senza il consiglio del Comitato per la vita o del prete di turno.
L'aborto non è un anticoncezionale, non lo pensa nessuno.
Tornare indietro, rimettere in discussione tutto ciò che è stato conquistato trent'anni fa sa molto di quel conservatorismo moralista, che vuole rimettere in discussione qualcosa di garantito dalla legge italiana per non occuparsi davvero dei problemi e della realtà di adesso. Perchè è più semplice pensare che i problemi di oggi siano per forza, in qualche modo, i problemi di ieri.
Poter abortire è un diritto, come lo è la scelta di non farlo. L'estrema ratio per chi decide di farlo nella sicurezza di un ospedale. Dove tutto resta comunque difficile. Dove in Veneto più dell'80% del personale necessario per un'operazione del genere è obiettore. Medici, infermieri, anestesti. Obiettori. Dove per anni in Basilicata non esisteva un ospedale che garatisse questo servizio. Obiettori.
Perchè sin dal concepimento c'è la vita. E bisogna tutelarla.
Sarebbe bello se questa solerzia, se questo grande amore per la vita fosse così incisivo anche per chi la vita ce l'ha e la perde lavorando, per esempio. Ogni sette ore nel 2007 cadeva una vittima di quella che è la malattia del portare a casa la pagnotta. Ecco una bella lotta. Di quelle che pare non se ne facciano più. Ecco una sfida. Fare sì che l'Italia non sia più il Paese UE con più morti bianche.
Ma è molto più bello abbracciare teneramente una morula o un blastomero. Molto più facile, anche. E chissà se le gerarchie ecclesiastiche annuirebbero compiaciute allo stesso modo.

venerdì 22 febbraio 2008

IO NON STO SEDUTA, MI MUOVO

Qui si batte la fiacca. Non si scrivono post da un bel pò.
Si sta seduti, fermi, attoniti. Composti. Tutto può diventare abitudine, a tutto ci si fa il callo. A tuo fratello che ascolta il rap a tutto volume. Alla vicina che mette l'occhio fuori dalla tenda e sa dove vai, con chi, e quando rincasi. Ma non perchè.
Perchè si impara anche a fare le cose che non piacciono. Dopotutto quando si era piccoli i denti a lavarli era una tortura. E c'è gente che ne rimane così segnata tanto da limitare lo spazzolamento interdentale quando è in vacanza. Comunque si fa. E mica ogni tanto. Tre volte al giorno.
Si dove imparare a fare le cose che non piacciono. Si deve avere la forza di farlo. Con piccoli rinforzi magari. Andare a correre. Che fa freddo. Che è vento. Che forse ho un pò di tosse. Il dindarolo della corsa. Ogni volta che corro un obolo. E poi vediamo cosa viene fuori a fine mese. Per ora dovrei accontentarmi di un paio di calzini nuovi, mi sa.
Ma arriva la bella stagione. E tutto cambia. Bisogna alzarsi. Dopotutto anche il nostro mondo umanizzato è ancora sensibile alle stagioni. Eccome. E con il primo sole senti che è ora di risvegliarsi. Che magari te ne eri accorto da un pò che era arrivata l'ora. Ma battevi sulle gambe e non reagivano. Il letargo del corpo, che però si risveglia e come le piante germogliano lui riprende a reagire.
Comunque non è che da seduti non si faccia nulla. Si guarda, si osserva, ci si avvicina e si annusano con calma il gusto, l'odore di ciò che c'è intorno. Forse perchè si ha più tempo, forse perchè lo si vuole avere. Seduti sulla panchina come Pietro Palladini di quel Caos calmo che mi è piaciuto, sì, il romanzo intendo, il film un pò meno, se non fosse per Moretti, anche se con quei capezzoli sembrava davvero che suonasse il campanello dell'interno sei.
Ogni tanto bisogna prendersi il tempo per sedersi. Per capire e guardare. Per affrontare tutto in modo diverso. Guardi attorno e magari dai pure un'occhiata dentro visto che comunque se c'è una nebbia come oggi non puoi fare altro, visto che non si vede da un palmo dal naso. Non occorre nemmeno tirare le tende per rimanere da soli con se stessi. E si capiscono un sacco di cose e se ne vedono altrettante che nemmeno immaginavi.
E dentro una scatola ci può essere di tutto. Soltanto che spesso al massimo le dai un colpetto, alla scatola, magari col piede, distrattamente, e non la apri. Era il momento di aprire un po di scatole. Chiuderne altre. Ma prima bisogna guardarsi dentro. E ci vuole tempo, e ci vuole il modo, quello giusto. Prendersi il tempo per fare le cose che poi tanto le cose non si fanno nemmeno con tutto il tempo del mondo. Il decoupage ad esempio era lì, un bel proposito, ed è rimasto tale. per non parlare del knitting, o di tutte quelle mille cose che ti passano per la testa quando di tempo, di tempo per sederti non ne hai nemmeno a pagarlo. E' che poi quando ti siedi, ti guardi intorno, e ci sono tante cose da fare, ma forse forse si sta pure comodi seduti. E ci si abitua a stare seduti. e non si fa nemmeno il decoupage, e non funziona nemmeno il dindarolo. Ed è lì che bisogna alzarsi. ma intanto io le scatole le ho aperte. E chissà cosa avrà pensato la vicina.

mercoledì 13 febbraio 2008

WAKE UP

Era una vita che non dormivo così. Di pomeriggio. Ma davvero mi ci voleva. Non so perchè, ma avevo una brutta cera. Decisamente. Ora sono pronta per la lavastoviglie e per lavare il bagno. Quando si dorme il pomeriggio si cade in coma, potrebbe succedere di tutto, ma tu rimani lì, in posizione fetale, sul divano, qualche programma che va in sottofondo, di quelli per donne attempate che solitamente cadono nell'orfeico pisolino già alla presentazione del consueto caso umano del giorno. Si cade in coma, dicevo, ma si fanno un sacco di sogni, di quelli che capita di fare soltanto il pomeriggio. Quando devi urlare ma non puoi urlare, quando devi correre, scappare, ma non puoi nè correre nè scappare. E ci si sveglia con addosso una sensazione strana. Perchè poi di pomeriggio se ti svegli è perchè hai deciso di svegliarti, perchè si potrebbero davvero fare le ore piccole, in un afterhour di riposo che poi magari non dormi per giorni. Ecco, quando ti svegli, una sensazione di torpore attivo. Cioè sei abbastanza rincoglionito. Ma se ti metti a fare qualcosa senti che il corpo risponde con rinnovato slancio. Che poi è l'esatto contrario di quando stavi dormendo: adesso se devi urlare la tua testa non è pronta ma tu urli, eccome se urli. Ho fatto quei due piatti che mi sembrava di essere Nadia Comaneci. Chissà come mi verrà il bagno...
(Che poi la vita su Mars deve essere davvero dolce Mr. Bowie... ma forse anche un pò appiciccaticcia, con tutto quel mou... e questa versione in cui c'entra in qualche modo Yann Tiersen è un ottimo buongiorno).
Che poi alcune cose sono come i file di emule. Certe volte li metti lì, in download, ma ti si fa una bella fascetta rossa. Fonti: 0. Attesa: millenni. Si è pure indecisi se lasciarlo oppure annullare tutto. Perchè non mi fido. Perchè guardo con la coda dell'occhio. Eppoi di punto in bianco parte il download, inaspettatamente. La fascetta si fa blu poi un pò grigia col bordino verde e va. Eccome se va. E te la trovi completata in men che non si dica. Non potevi sapere quando, ma è successo. E' successo all'improvviso. E' successo velocemente. E ti ritrovi a doverti a fidare delle fascette rosse di emule.

Sassolino nella scarpa #3
Allora non so se vi è mai capitato di vedere il TG1 delle 13.30. Io che mangio minimo alle 2 si, eccome, poi mi cucco tutto il TGR e il TG3, ma non è influente. Comunque poi c'è il TG1 Economia e poi... c'è Festa Italiana. Che è un programma di quelli come sopra, per donne attempate, con un pò di casi umani più o meno famosi, più o meno tragici, più o meno gossip. Vabbè. Non è tanto il programma, che di così ce ne sono a mucchi, ma la SIGLA. Di una tristezza, di una pietà, davvero uniche. Cosa cacchio ci vuole a farne una più decente? Che pare la tivvù slovena cacchio... Con un Colosseo stilizzato che precipita, dei pezzetti di non so cosa che fanno altrettanto... Insomma alla Rai ci deve essere davvero penuria di creativi...

mercoledì 6 febbraio 2008

IL SASSOLINO NELLA SCARPA #2

Giusto per riprendere un attimo la rubrica Il sassolino nella scarpa iniziata con il nuovo anno. Due piccoli appunti.

Per i commessi del Media World: So che abitare a Padova da studente è oneroso. Per di più se sei fuori corso da qualche anno e devi cominciare a metterti nell'ordine delle idee che forse forse papi e mami quella stanzetta polverosa non te la pagano più tanto tanto a cuor leggero e ti devi dare una mossa. E capisco che il mall ti accoglie a braccia aperte, caro studente che vuole magari un contratto - magari part-time - magari a progetto - anche se sto benedetto progetto non si capisce bene quale sia. Vendere più fornelli possibile? Convincere la vescia de Papozze che gli serve uno schermo piatto?
Vabbè... Comunque, sempre che divago... Insomma, tu commesso ggiovane del Media World è mai possibile che se ti chiedo un chiarimento non c'è UNA volta che mi dai un consiglio azzeccato? Cioè non credo di mettere troppo in difficoltà, sono abbastanza tranquilla, non leggo Tutto PC o il Manuale dell'Hacker... Come tutti sanno, mi diletto con il mitico Vanity Fair... Cioè tu commesso del Media World ammetti di non sapere, fingi che devi andare a controllare, come facevo io quando giocavo a vendere, dai una mezza letta alla scatola. Chennessò! Fai qualcosa! Cioè uno non può andare a fare il commesso al Media World e ipotizzare risposte. Dare risposte! Che poi sto lì, in macchina, convinta del prodigio che mi sono portata a casa, e poi....casco da pero! Non si fa. No.

Sono pessima, lo so. Mi sono dimenticata l'altro appunto. Cioè, stavo scrivendo questo qui sopra e mi è completamente passato di mente il secondo. Ecco. Ieri era martedì grasso. Sono andata a Venezia. E oggi ne pago le coseguenze. Magari dopo mi viene in mente. Madò che scene. E ci sto pensando ma niente! Tabula rasa!!